“POSSIAMO ESSERE EROI, ANCHE SOLO PER UN GIORNO”: MINO HA SCELTO DI NON VOLTARSI DALL’ALTRA PARTE

“We can be Heroes, just for one day”. Pensando a quanto accaduto a Mino, istintivamente mi vengono in mente le parole di David Bowie che risuonano più forti che mai.
Dopo dieci giorni di silenzio, Mino Spano — colonna portante di Sportinsieme (Divisione Calcio a 5 Atleti Speciali) e volto noto del comprensorio ceramico — ha deciso di parlare. Non per ricevere un plauso, ma per scuotere le coscienze. Ha scelto di raccontare quella notte in cui ha deciso di non voltarsi dall’altra parte.
Sabato 4 aprile, Cervia. Una tranquilla passeggiata si trasforma in un incubo: un branco di circa dieci ragazzi si scaglia con violenza gratuita contro due giovani coppie. Mino interviene senza esitare, sfidando la furia degli aggressori per strappare un ragazzo, buttato a terra e preso a calci, a un pestaggio che poteva finire in tragedia. Il bilancio fisico è pesante — quattro dita rotte, diverse contusioni e un giubbotto da buttare — ma a far male davvero è l’indifferenza di chi, a pochi metri, è rimasto a guardare.
A Mino va tutta la solidarietà di Sportinsieme e i nostri più sentiti auguri di pronta guarigione. Grazie per averci ricordato cosa significa essere umani.
Maggiori dettagli dell’accaduto nell’intervista rilasciata alla Gazzetta di Modena che riportiamo integralmente.

Mino Spano, dieci giorni di silenzio. Poi la decisione di parlare. Perché proprio ora?
«Perché non ne posso più di leggere notizie di cronaca nera e restare a guardare. Esco allo scoperto non per esibizionismo, ma per un dovere morale. Voltarsi dall’altra parte è la via più comoda, ma intervenire è l’unico modo per dirsi ancora umani. È una questione di responsabilità, punto e basta».

Sabato 4 aprile, ore 22:30, Cervia. Una passeggiata tranquilla che si trasforma in un incubo. Cosa ha visto?
«Urla di ragazzi e ragazze. Ho attraversato la strada di corsa e mi sono trovato davanti a un massacro: due coppie di fidanzati contro un branco di maschi. Una sproporzione terrificante».

Cosa è successo in quegli istanti? E come ha reagito?
«In otto contro uno. Avevano scaraventato a terra uno dei due ragazzi. Calci, pugni, una pioggia di colpi senza sosta su un ragazzo inerme. Ho capito subito che la situazione era fuori controllo. Potevano ucciderlo sotto i miei occhi. Mi sono avvicinato e ho urlato con tutto il fiato che avevo in corpo: “Lasciatelo stare, lo state ammazzando!”. Volevo rompere quel ritmo incalzante di violenza. Volevo che si fermassero».

La reazione del branco non si è fatta attendere.
«Mi sono preso la mia parte: due calci e diversi pugni e il giubbotto rovinato. Ma non importa. Ho chiamato i Carabinieri, sono arrivati immediatamente, ma le sirene spiegate hanno permesso ai vigliacchi di scappare».

Il bilancio per lei è pesante: quattro dita rotte e un ricovero al Bufalini di Cesena.
«Quattro dita della mano sinistra fratturate e un giubbotto da buttare. Il referto del pronto soccorso parla chiaro: ferite riportate per sedare una rissa. È il prezzo che ho pagato volentieri. Quel ragazzo aveva i denti frantumati, un orecchio lacerato, il volto tumefatto. Fortunatamente il pronto intervento dei soccorsi ha consentito di portarlo velocemente in ospedale in ambulanza. Mi sto chiedendo se non fossi intervenuto cosa sarebbe potuto succedere?».

Lei vive di sport, tra i giovani del Sassuolo e sui campi del CSI. Qual è il messaggio che vuole lanciare?
«È assurdo. Passo la vita a insegnare i valori del calcio a un pallone e mi ritrovo a vedere calci diretti alla testa di un giovane. Manca il senso civico. Manca il coraggio di agire.»

C’è un dettaglio che la tormenta di quella sera.
«Lì vicino c’era una piadineria. Era piena di gente. Eppure, nessuno ha mosso un dito. Sono rimasti tutti a guardare mentre un ragazzo rischiava la vita. Questo mi fa più male delle dita rotte: l’indifferenza di chi guarda e non fa nulla».